C’è un equivoco che accompagna Brigitte Bardot da mezzo secolo. Che il suo animalismo sia un vezzo sentimentale, una fuga tardiva dalla leggerezza del cinema, una forma di compensazione. È falso. L’animalismo di Bardot non nasce dalla tenerezza, ma dalla rottura. Non è una carezza, è uno strappo.
Bardot non si è limitata ad amare gli animali. Ha smesso di perdonare gli uomini. È questo il punto che spesso sfugge. Il suo non è un ambientalismo educato, da convegno o da slogan. È una scelta di campo, aspra, definitiva. Una dichiarazione di non appartenenza. Quando Bardot dice che non si sente parte della specie umana, non sta provocando. Sta prendendo atto di una distanza morale che, per lei, è diventata insanabile.
Il suo animalismo nasce presto, molto prima della Fondation, molto prima dei riflettori puntati sulle foche. Nasce da un’ipersensibilità che nel mondo dello spettacolo non trovava posto. Il cinema la voleva immagine, superficie, desiderio. Lei, sotto, covava una rivolta muta. Gli animali sono stati il primo luogo in cui quella rivolta ha trovato un senso.
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