Luigi, nome di fantasia, mio paziente, è cresciuto senza il tocco e il tatto. Senza le mani di nessuna persona cara che lo accarezzassero. Aveva da poco compiuto venticinque anni e in quella dispensa chiamata memoria corporea non aveva il ricordo di una carezza. Luigi non amava essere toccato, e di conseguenza non toccava. Non era abituato alle mani di nessuno. Dopo qualche anno dalla sua nascita, la madre è venuta a mancare per una malformazione cardiaca di cui non era a conoscenza, aggravatasi con la gravidanza e il parto.
Il padre, il sig. Nando, era un uomo austero e d’altri tempi, scompaginato dal lutto prematuro. Credeva che i figli andavano baciati soltanto durante la notte, quando dormivano. Era un padre sin troppo provato dalla vita, che in fondo non sapeva amare: era più che convinto che palesare le sue emozioni lo rendesse vulnerabile e anacronistico, e rendesse vulnerabile anche il figlio Luigi. Anno dopo anno, questo suo bagaglio di assenze emotive e tattili lo ha poi trasferito sul figlio, che crescendo è diventando come lui.
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