Apri la porta di casa e il cane ti corre incontro, scodinzola, salta, fa festa. È un linguaggio immediato, universale, impossibile da fraintendere. Poi c’è il gatto. Magari resta fermo, ti osserva, forse si avvicina con calma. Nessuna esplosione di entusiasmo. E allora il dubbio si insinua: mi vuole davvero bene? La risposta è sì. Ma il punto, spiegano gli etologi, è un altro: siamo noi a interpretare male il suo comportamento.

Due specie, due storie evolutive

Per capire il gatto bisogna partire da qui: non è un “piccolo cane”. Il cane è un animale sociale, selezionato per migliaia di anni a vivere in gruppo e a comunicare in modo evidente con gli esseri umani. Il suo linguaggio è fatto per essere visto: movimenti ampi, segnali chiari, entusiasmo esplicito. Il gatto domestico, invece, discende da un predatore solitario. Anche se oggi è perfettamente integrato nelle nostre case, non ha sviluppato lo stesso bisogno di comunicazione visibile. Il suo comportamento sociale esiste, ma è più sottile, meno teatrale. Ecco perché confrontarlo con un cane porta quasi sempre a un equivoco.

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