La prima cosa che Marta notò fu che Leo, un vivace meticcio di quattro anni, aveva smesso di correre verso la ciotola con il consueto entusiasmo. Poi arrivarono episodi di diarrea alternati a giorni di stitichezza. Infine comparvero un prurito insistente, un pelo più opaco del solito e una strana stanchezza che sembrava non appartenergli. Le analisi del sangue erano sostanzialmente normali, gli esami delle feci non evidenziavano parassiti e nessuna ecografia mostrava alterazioni importanti. Eppure Leo continuava a stare male.

Fu durante una visita da un veterinario esperto in gastroenterologia che Marta sentì pronunciare una parola fino ad allora sconosciuta: microbiota.

«Forse il problema non è quello che riusciamo a vedere», le spiegò il medico, «ma quello che vive nell’intestino di Leo.»

Negli ultimi anni la medicina veterinaria ha completamente cambiato il modo di guardare all’apparato digerente del cane. Oggi sappiamo che l’intestino non è semplicemente un tubo destinato a digerire il cibo, ma un ecosistema complesso, popolato da miliardi di microrganismi che collaborano continuamente con l’organismo. Questo insieme di batteri, funghi, virus e archea costituisce il microbiota intestinale, uno degli argomenti più studiati della ricerca veterinaria moderna.

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