Leo era un Golden Retriever di tredici anni. Per gran parte della sua vita aveva avuto un’abitudine che in famiglia conoscevano bene: ogni sera, poco prima delle otto, si sedeva davanti alla porta d’ingresso aspettando il rientro di Marco dal lavoro. Bastava il rumore dell’ascensore perché la coda iniziasse a muoversi. Quando la porta si apriva, Leo prendeva il suo pupazzo preferito e lo portava al padrone come faceva fin da cucciolo.
Poi qualcosa cambiò. All’inizio sembravano episodi isolati. Una sera Leo non si presentò alla porta. Rimase sdraiato in cucina, come se non avesse sentito arrivare nessuno. Un’altra volta, invece, si mise davanti alla porta con quasi un’ora di anticipo e rimase lì immobile senza un motivo apparente.
Con il passare dei mesi comparvero altri comportamenti insoliti.
A volte entrava in una stanza e sembrava non ricordare più perché fosse andato lì. Restava fermo a osservare il muro per diversi secondi. Alcune notti iniziò a camminare lentamente per casa, senza una direzione precisa, come se stesse cercando qualcosa che non riusciva a trovare.
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