La porta si apre e nella stanza entra Milo. Non è il protagonista di una visita di cortesia e non è lì semplicemente per far sorridere qualcuno. Ad aspettarlo c’è un ragazzo che da settimane parla poco, evita il contatto con gli altri e fatica a partecipare alle attività proposte dagli operatori. Milo si avvicina, si siede e aspetta. Il ragazzo allunga una mano. Poi un’altra. Dopo qualche minuto accenna un sorriso. L’operatore osserva, interviene, propone un’attività. Il cane diventa così parte di un percorso costruito intorno a una persona e a obiettivi precisi.

È questa la differenza fondamentale tra l’idea generica di “pet therapy” e gli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA): non è semplicemente la presenza di un animale a produrre una terapia, ma una relazione inserita all’interno di un progetto, con obiettivi, professionisti, procedure e verifiche.

vai a lastampa.it