Marco, nome di fantasia, non amava dialogare con le persone. Non sapeva farlo perché nessuno lo aveva fatto con lui. Veniva chiamato il figlio del pecoraio e non aveva amici. Aveva sempre avuto, sin da bambino, i suoi interlocutori preferiti: le nuvole, le albe con i giorni che cominciano, i tramonti, l’Etna, il suo vulcano, i suoi animali, le galline e il gallo Pippo, e il suo inseparabile compagno di vita: Golia, il suo cane.

L’incontro e il corteggiamento muto

Golia era un grosso cane nero che aveva deciso di trasferirsi nel suo terreno. Era agosto, un agosto caldissimo, come tutti i mesi estivi siciliani, quando un grosso cane, inzuppato d’acqua e puzzolente, ha fatto capolino nel suo giardino. Si era fermato sul ciglio della porta e lo ha guardato fisso negli occhi e in fondo al cuore. Era un cane venuto dal nulla, sembrava essere fatto di pietra lavica e pioggia, una crasi perfetta di durezza e fragilità. Tra i ricordi olfattivi, regressivi, consolatori e preferiti di Marco, c’era l’odore della ricotta calda mista a fieno, al dopobarba del nonno e odore di stalla. Quel cane grosso, nero e puzzolente, odorava di tutto questo insieme.

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