Quando Marta ha adottato Leo, un meticcio di poco più di un anno, pensava di sapere cosa significasse avere un cane. Sapeva che avrebbe dovuto portarlo fuori, occuparsi della sua alimentazione, prenotare le visite dal veterinario. Non immaginava, però, che nel giro di pochi mesi avrebbe cominciato a misurare le proprie giornate sulla sua presenza.

Leo aveva un’abitudine: ogni pomeriggio, poco prima dell’ora in cui Marta tornava dal lavoro, si sistemava davanti alla porta. Non poteva sapere esattamente quando sarebbe arrivata, eppure sembrava aspettarla. Una sera Marta rientrò molto più tardi del solito, stanca e preoccupata. Aprì la porta e trovò Leo lì, come sempre. Nessuna domanda, nessun consiglio. Solo quella coda che cominciò a muoversi e un cane che le si avvicinò.

Marta racconta ancora oggi che fu quello il momento in cui capì una cosa: Leo non era più semplicemente il cane che aveva scelto. Era diventato qualcuno che aspettava il suo ritorno. E lei, senza quasi accorgersene, aveva cominciato ad aspettare il suo.

Non è soltanto affetto

Perché può accadere che un animale diventi una presenza così importante nella nostra vita?

La risposta più immediata è: perché gli vogliamo bene. Ma, dietro questa spiegazione apparentemente semplice, c’è un fenomeno molto più complesso.

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