Tra le colline dorate della Val d’Orcia, dove i cipressi disegnano linee perfette incontrando il cielo di fine estate, Martina, nome di fantasia, trascorreva i suoi giorni correndo. Correva per finire l’università in tempo, correva per rispondere alle e-mail, correva persino durante le passeggiate. Per lei, la vita era un’equazione di efficienza, un nastro trasportatore che non ammetteva soste. Era stata educata così: all’efficienza! “Il tempo è denaro”, diceva sua mamma, imprenditrice nel settore dei vini. “Chi si ferma è perduto”, proseguiva suo papà, proprietario terriero e imprenditore.

Un’infanzia di doveri

Martina era una bambina buona. Era nata buona. Non conosceva le intemperanze, i capricci, le favole. Conosceva bene, però, i brutti sogni, la paura del buio, le punizioni, i compiti anche ad agosto, le mancate merende, i fioretti, la chiesa. Dopo la chiusura della scuola per Martina non cambiava granché.

Nonostante amasse bighellonare, stare ad ascoltare le cicale e giocare con le sue compagne di classe in mezzo alle campagne toscane, Martina era obbligata a seguire le regole di casa.

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